IL CARO PREZZO DELLA LIBERTÀ DI UN ANTIFASCISTA NEI VORTICI DEL NAZIFASCISMO LA VITA DI GIOACCHINO GESMUNDO NELL’ULTIMO SAGGIO DI GIOVANNI CAPURSO

IL CARO PREZZO DELLA LIBERTÀ DI UN ANTIFASCISTA NEI VORTICI DEL NAZIFASCISMO

LA VITA DI GIOACCHINO GESMUNDO NELL’ULTIMO SAGGIO DI GIOVANNI CAPURSO

  Di Andrea JELARDI

L’ultimo libro di Giovanni Capurso è dedicato alla vita e alla morte di un professore antifascista nel momento più drammatico del fascismo: è su queste due parole che si incentra la vicenda, ed è su queste due parole che occorre anzitutto fermarsi a riflettere.

Nei nostri tempi sempre più scanditi dai luoghi comuni, infatti, le parole fascismo e antifascismo – che hanno caratterizzato uno dei periodi più bui, tragici e controversi della storia nazionale ed europea – vengono utilizzate correntemente nel dibattito (o meglio nello scontro) politico e culturale, spesso però abusate e strumentalizzate ad uso e consumo della dialettica tra avversari e persino tra improvvisati opinionisti con leggerezza e incoscienza tali che da offuscarne irrimediabilmente la sostanza e il significato.

Trasformate in aggettivi ormai quasi totalmente distaccati dalle loro essenze dolorose e profonde e talvolta persino gettate con indifferenza nell’agone mediatico dell’insulto, queste parole si allontanano dunque sempre più dalla loro storia, una storia drammatica che purtroppo – chiaramente – ormai in pochi conoscono e che rischia anzi col passare del tempo di essere del tutto ignorata dalle nuove generazioni, inclini alla facile generalizzazione e ad accontentarsi di opinioni indotte.

Bisognerebbe allora tener conto che dietro queste parole – rievocate solitamente per far temere il ritorno di regimi e abomini ormai risalenti a quasi cento anni fa e frutto di un contesto diversissimo da quello odierno – restano invece ancora vive milioni di storie piccole e grandi, vicende di uomini e donne vittime dell’odio e di un mondo predisposto alla crudeltà e nel quale il sacrificio era l’unico mezzo per costruire un futuro migliore seppure a costo di mettere in gioco, nel bene e nel male, la stessa vita.

È appunto a uno di questi protagonisti che è dedicato il saggio di Giovanni Capurso, attento storico dell’antifascismo pugliese che in Libertà a caro prezzo. Gioacchino Gesmundo e le Fosse Ardeatine, ricostruisce su un duplice binario sia la biografia di un professore attivo protagonista del mondo culturale e politico durante il ventennio, e sia uno dei più drammatici eccidi italiani tra la fine del regime e la nascita della Repubblica.

La storia di Gioacchino Gesmundo si svolge in poco meno di quarant’anni nel corso dei quali però avvengono rilevanti trasformazioni non solo politiche, ma anche sociali, economiche e culturali che lasceranno segni incisivi a volte positivi e a volte negativi, eppure in entrambi i casi comunque indispensabili per il progresso civile e intellettuale e per il raggiungimento della libertà nella consapevolezza del suo valore.

Nato a Terlizzi nel 1908 in un’umile famiglia contadina, ultimo di sei fratelli e rimasto orfano giovanissimo, Gioacchino Gesmundo taglia il primo traguardo – tutt’altro che scontato per la sua generazione e la sua condizione sociale – nello studio, a cominciare dal percorso superiore all’Istituto Magistrale Statale come allievo di Giovanni Modugno, uno di quei professori che davvero avevano un ruolo incisivo nella scuola formando le coscienze e aprendole ai più disparati stimoli.

Modugno, infatti – cattolico, socialista, salveminiano e futuro Servo di Dio – è la guida etica, filosofica e politica di Gesmundo e lo incoraggia a iscriversi alla facoltà di filosofia a Roma, dove – insegnando nel contempo nelle scuole elementari per mantenersi agli studi – è allievo di insigni docenti tra cui Giuseppe Lombardo-Radice, Pietro Silva e Guido De Ruggiero, suo relatore di tesi, accomunati da un vivo sentimento antifascista.

Dopo la laurea insegna filosofia e storia al liceo classico Vitruvio Pollione di Formia: tra i suoi studenti c’è il futuro leader comunista Pietro Ingrao il quale lo ricorderà come un maestro di libertà che faceva leggere in classe Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, nonostante fossero invisi al regime, e che amava intrattenersi con i ragazzi anche passeggiando in strada o ricevendoli a casa sua.

Il trasferimento al liceo scientifico Cavour di Roma coincide con il più concreto impegno politico che risente molto del momento storico in atto e dunque Gesmundo, dall’idealismo di matrice gentiliana e dal socialismo umanitario di Modugno, si avvicina al marxismo studiandolo approfonditamente prima di iscriversi al Partito Comunista clandestino a luglio del 1943. È una fase storica cruciale: il regime è appena caduto, la guerra è ancora in atto, si profila l’armistizio e sta per iniziare la resistenza. Non c’è molto spazio per le teorie ma occorre passare all’azione. Bisogna muoversi «per la via del cuore e non per quella della ragione».

Animo libero e coraggioso fino all’imprudenza, durante l’occupazione tedesca ospita in casa sua in Via Licia 54 la redazione clandestina del giornale «L’Unità» e poi l’arsenale dei Gruppi di Azione Partigiana, diventa il capo locale del controspionaggio del partito e incita i compagni di lotta impavidamente, finché il 29 gennaio 1944 la polizia irrompe nel suo appartamento. Accusato di preparare un attentato a seguito del rinvenimento di sacchi contenenti chiodi a quattro punte, Gioacchino Gesmundo viene rinchiuso nella cella n.13 delle tristemente note carceri di Via Tasso dove subisce torture «stoicamente sopportate a tutela del segreto militare e politico che custodiva».

La stessa sorte tocca al sacerdote Don Pietro Pappagallo – suo compaesano ritrovato come amico nella capitale e attivo nella Resistenza antinazifascista – che con cristiana rassegnazione patisce le violenze, e rivolgendosi ai suoi aguzzini implora: «Comprendetemi: la mia coscienza mi vieta di rovinare un altro uomo. Ve ne prego: Non chiedetemelo».  

Il tribunale di guerra tedesco condanna entrambi alla pena capitale alle Fosse Ardeatine, le cave di pozzolana dove il 24 marzo 1944 vengono uccise trecentotrentacinque persone dalle truppe di occupazione tedesche come rappresaglia per l’attentato partigiano di Via Rasella del giorno precedente compiuto dai membri dei GAP romani.

«I due uomini finsero di non conoscersi, ma si rivolsero uno sguardo lungo, commovente, che fu il loro ultimo addio».

Finisce così l’esistenza di due antifascisti vittime del fascismo. Due vite raccontate da Capurso senza cedere alla facile e dilagante semplificazione sul nazifascismo e l’antifascismo, bensì con una narrazione che mostra di comprenderne il peso e il significato nel rapportarli ai protagonisti, ai loro ideali e ai loro tormenti nelle realtà di quegli anni in cui politica, famiglia, amicizie, fede e professioni caratterizzavano le vite quotidiane di ciascuno.

La vita di un professore come tanti e di un sacerdote come tanti, eppure due vite esemplari come poche nella loro semplicità perché, tanto diversamente da oggi, fieramente scandite da ambizioni, pensieri ed estremo coraggio anche a costo di dover pagare “la libertà a caro prezzo”.

Quest’ultima opera di Giovanni Capurso – pubblicata dalle Edizioni Radici Future di Bari nella collana “Storia e memoria” con introduzione di Ferdinando Pappalardo – non è dunque solo la biografia intellettuale e politica di Gioacchino Gesmundo e del fraterno amico Don Pietro, ma ancor prima è la narrazione di una vicenda umanissima divenuta simbolo di un momento storico che merita di essere ancora analizzato e approfondito in ogni suo particolare, preservandolo con rispetto e obiettività dalla mercificazione e dalla banalizzazione delle parole, di quelle parole come fascista e antifascista che dovrebbero tornare su un gradino più alto rispetto al linguaggio comune per non sminuire e cancellare il dramma a cui sono legate.

 

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